calore e radiazioni, contrariamente a tut
to quello che i fisici credevano allora.
La mattina dopo, Lightman era torna
to nel suo ufficio per copiare le equazioni,
ma la lavagna era stata pulita. Un anno
dopo, Stephen Hawking arrivò a un risul
tato simile, che lo rese famoso.
Come dimostrano le fotografie di
Wynne, c’è più di un modo per usare una
lavagna. Alcune sono piene di equazioni,
di una serie di passaggi riassunti in un’uni
ca immagine, come nelle riflessioni geo
metriche di Alex Zhongyi Zhang, un dot
torando della Columbia university.
Altre sono precise e ordinate, come la
lavagna che Wynne ha fotografato tra gli
alberi all’Institut des hautes études scien
tifiques alla periferia di Parigi. Tadashi
Tokieda, un professore della Stanford
university, scherza sul fatto che i mate
matici, costretti a creare immagini in
bianco e nero su lavagne di ardesia, usa
no sempre un punto bianco (fatto con il
gesso) per rappresentare il “nero” e un
cerchio vuoto (che quindi appare nero)
per rappresentare il “bianco”. Solo un
matematico può capire questa battuta,
dice Wynne.
Altre lavagne ancora sono indecifra
bili: nuvole di confusione e frustrazione
per lo più cancellate. Nella ricerca della
conoscenza il lieto fine non è sempre ga
rantito.
Se lo si chiede a loro, la maggior parte
dei matematici sostiene che lavorando si
entra in una sorta di mondo platonico
delle idee che esiste indipendentemente
dal nostro. Per altri, invece, la matemati
ca è un costrutto umano, un prodotto
della nostra mente, con il quale gli scien
ziati creano le presunte regole che gover
nano la realtà.
Perché funzioni è un mistero. In un
saggio del 1960 intitolato L’irragionevole
efficacia della matematica nelle scienze na-
turali, il fisico e matematico ungherese
Eugene Wigner scriveva: “Il miracolo
dell’adeguatezza del linguaggio matema
tico per la formulazione delle leggi della
fisica è un dono meraviglioso che non ca
piamo né meritiamo”.
Eppure la matematica ha sempre fun
zionato. Mezzo secolo prima che Albert
Einstein definisse la gravità come uno
“spazio curvo” nella sua teoria generale
della relatività, le equazioni che descrive
vano lo spazio curvo erano già apparse
sulle lavagne di matematici come Bern
hard Riemann, dell’università tedesca di
Gottinga.
Se volete sapere che aspetto potrebbe
avere l’universo agli occhi di alcune delle
menti più acute tra cinquanta o cento an
ni, guardate questi spazi.u bt
Nella foto grande: David Damanik,
Rice university, trasporto
quantistico in mezzi quasi-
periodici. In basso, a sinistra: Noga
Alon, Princeton university,
polinomi nell’indagine dei problemi
di colorazione dei grafi.
Al centro: Institute des hautes
études scientifiques (Ihes), Bures-
sur-Yvette, Francia.
Qui sopra: Amie Wilkinson,
University of Chicago, “Le juliennes
sono basi di densità di Lebesgue
( per insiemi bi-essenzialmente
saturi)”.