Vanity Fair Italia 20170208

(Romina) #1

(^64) I VANITY FAIR 08.02.2017
Dopo Pietro Savasta-
no, questa è l’ultima volta che do il mio cor-
po a un boss». Fortunato Cerlino, uscito da
Gomorra - La serie con la morte del suo per-
sonaggio, è ora al cinema con Socialmente
pericolosi di Fabio Venditti. Tempo un me-
se e passerà addirittura dall’altra parte, po-
liziotto dei Falchi, diretto dal figlio di Nino
D’Angelo, Toni.
Perché «camorrista mai più»?
«Il male ha un fascino, e di
quel fascino io sono stato, per
un certo periodo, l’espressio-
ne. Esserlo mi ha dato succes-
so: mondo nuovo, ritmo furen-
te, porte su porte che si apriva-
no. Ma tante si chiudevano».
Quali?
«Registi altisonanti mi voleva-
no a tutti i costi nei loro pro-
getti, ma poi c’era sempre
un vaglio da superare con
qualche produttore che



  • per condizionamento,
    o per subcultura – mi ta-
    gliava fuori. “Sei camor-
    rista, non riesco a venderti
    in altre vesti”. Come se tutto il
    lavoro fatto prima, il lavoro di atto-
    re a teatro, fosse svanito».
    Perché allora questa ultima parte da
    criminale?
    «Non per i soldi – è un low-budget

  • ma per la storia. Vera, tratta dal li-
    bro La Mala Vita, sull’amicizia tra
    un giornalista, lo stesso Fabio Vendit-
    ti, interpretato da Vinicio Marchioni, e un
    boss dei Quartieri Spagnoli, Mario Savio,
    in carcere di massima sicurezza con “fine
    pena mai”, interpretato da me. Amicizia
    così forte che, quando il camorrista si am-
    mala, l’altro lo ospita in casa».
    Che ricordo ha del congedo da Gomorra?
    «Il mio Savastano viene ucciso dal suo ne-
    mico più grande: l’amore. Un doppio amo-
    re, per la moglie scomparsa, Imma, e per
    Patrizia, la donna che ora gli piace. Che sia
    stato l’amore ad ammazzarlo mi conforta».


Che cosa le ha lasciato quel set?
«Una famiglia che mi manca. E proposte
che piovono dall’estero (la serie di Sky è sta-
ta venduta in 113 Paesi, ndr)».
Quanto ne sapeva, di quella realtà?
«Un amico me l’hanno ammazzato. Un
giorno, uno mi ha detto: “Vieni con me”.
Mi mette in mano una pistola, voleva che
sparassi al cartellone di una fermata di au-
tobus perché quella linea non era stata au-
torizzata dal clan. Tornai a piedi a casa. E
non fu l’unica volta. “Tu mo’ che stai fa-
cenn’? Ah, l’artiscta. E che guadagni? La
tieni la patente p’i camion? Se no, te la fac-
cio prendere io e due volte al mese me ne
porti uno a Milano, con un carico di moz-
zarelle sigillato. Duemila euro a viaggio”.
Avrei dovuto certo trasportare ben altro.
La verità è che ne ho mandati affanculo
parecchi, di camorristi».

«Se finora non lo sono diventato non è sta-
to per mia volontà. Io credo nell’evapora-
zione dei padri teorizzata da Massimo Re-
calcati: Telemaco attende il ritorno di Ulis-
se affinché ristabilisca ordine a Itaca, inva-
sa dai Proci. Siamo dentro questa transi-
zione, in cui figli senza orizzonte cercano
la strada per diventare giusti eredi».
Crede nell’analisi come terapia?
«L’ho fatta a lungo. La renderei obbligato-
ria in ogni scuola. Capire dove sei e che co-
sa stai facendo è fondamentale in un Paese
civile maturo».
In che cosa lei e Napoli vi assomigliate?
«Nella luce forte da spaccare e negli an-
goli bui, che non ci metteresti mai piede.
Nell’essere una sfera in equilibrio: da una
parte cadi nella bocca del Vesuvio, dall’al-
tra nella spuma delle onde del lungomare».
Per Falchi l’ha girata in motocicletta.
«Questo corpo speciale della poli-
zia fa così: è molto rispettato dai de-
linquenti, di cui ha stessa lingua e
gli stessi modi rudi. Un Falco non
dà del lei, ma del tu».
La sua compagna è la photoeditor
Antonella Sava. Come è nato il vo-
stro amore?
«Da amici, a vedere la partita di
Coppa Italia Napoli-Lazio del 2015.
Io ero nella fase “non voglio una re-
lazione”. Lo dichiaravo subito e
mi prendevo quel che veni-
va. Ed ecco lei in cucina,
folgorazione. Te ne accorgi
subito, quando una donna
ti manda gambe all’aria e
non puoi farci il cretino per-
ché sarai il primo a brucia-
re. L’ho accompagnata la
sera stessa, ci siamo scam-
biati i numeri, le ho manda-
to un messaggio: “Mi piace-
rebbe rivederti”. Ha rispo-
sto dopo due giorni».
E?
«L’ho portata al mare, a
Fregene. Era ormai notte e,
mentre parlavamo in spiaggia, nel cielo è
passata proprio sopra la nostra testa Sa-
mantha Cristoforetti. Avevamo avuto la
sua benedizione, ed era universale, celeste.
Scherzavamo: “Attaccherà alla navicella
lo striscione con su scritti i nostri nomi, co-
me gli aerei d’estate sugli stabilimenti bal-
neari”. E lì mi sono sentito come il mio no-
me. Fortunato, da allora sempre, e total-
mente. In ogni respiro che faccio».

TEMPO DI LETTURA PREVISTO: 5 MINUTI

Che cosa l’ha salvata?
«La famiglia onesta da cui provengo. I va-
lori all’antica. Al mio posto avrà detto sì
un ragazzo meno fortificato».
Che infanzia ha avuto?
«In campagna, quartiere Pianura. Sempli-
ce come mia nonna Rosa. Nonno proprie-
tario terriero, 29 figli, uomo perbene. Do-
po scuola andavo a zappare la terra: pian-
tavamo le patate, i pomodori. Oggi abbia-
mo reciso le nostre radici».
Ha in programma di diventare padre?

BUONI E CATTIVI
Cerlino con Michele
Riondino, 37 anni,
in Falchi, e,
sotto, con Vinicio
Marchioni, 41,
in Socialmente
pericolosi.

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