28
LA SETTIMANA INTERNAZIONALE
ils
L’equidistanza della Ue da Usa e Cina,
professata dal presidente francese,
ha creato malumori tra gli alleati europei
a cura di Attilio GeroniC
om’era prevedibile, l’esito della visita
di Emmanuel Macron e Ursula von der
Leyen a Pechino, al cospetto del leader
cinese Xi Jinping, ha creato confusione e ma-
lumore tra molti alleati europei, in particolare
i Paesi dell’Europa Centro-orientale, e gli Stati
Uniti. Le parole sull’autonomia strategica che
deve essere perseguita sia rispetto agli Usa sia
rispetto alla Cina, l’intervista a “Politico” nella
quale il presidente francese asserisce che non
è nell’interesse dell’Unione europea diventare
un semplice “follower” dell’America e che non
è nel suo interesse immischiarsi in potenziali
conflitti, con riferimento piuttosto esplicito a
Taiwan, non hanno certo giovato alla coesione
della Ue.
Il difetto maggiore di questa visita è che
ha reso ancora più incomprensibile quale po-
sizione l’Europa intende adottare nei confron-
ti della Cina. Sappiamo qualcosa attraverso
una terminologia che rischia di essere fine a
se stessa se non spiegata a fondo: i Ventisette
non vogliono il decoupling, il disaccoppia-
mento dall’economia che gli Stati Uniti stanno
mettendo in pratica nei confronti di Pechino.
Cercano faticosamente di mettere in piedi
un de-risking, una riduzione del rischio, che
ancora non si è capito bene cosa sia rispetto
al disaccoppiamento: per ora è la mezza con-
sapevolezza che con la Cina i rapporti, anche
economici, non potranno più essere quelli
che sono stati nell’arco temporale compreso
tra l’ingresso del gigante asiatico nella WTO e
la prima metà inoltrata del secondo decennio
(2015-2016).
Non sanno però – e la doppia visita Ma-
cron-von der Leyen ne è la testimonianza –
come dare seguito a questa mezza consapevo-
lezza senza cadere nelle contraddizioni. Prima
del presidente francese era stato il cancelliere
tedesco, Olaf Scholz, a recarsi a Pechino, an-
ch’egli accompagnato da una nutrita schiera
di imprenditori e manager di multinazionali.
In entrambi i casi, nonostante si sia ben consa-
pevoli che le relazioni internazionali non sono
fatte di carinerie e spesso sorvolano sui princi-
pi, l’effetto ottico non è stato dei migliori. Da
un lato si chiede a Xi Jinping di intercedere
presso Vladimir Putin per trovare una soluzio-
ne negoziale al conflitto in Ucraina; dall’altro si
portano imprese a concludere contratti impor-
tanti nel più grande mercato del mondo. Sem-
bra che la strategia tedesca del “Wandel durch
Handel”, quella di indurre il cambiamento inregimi autoritari attraverso il rafforzamento
della cooperazione economica e che si è rivelata
controproducente con la Russia, venga perpe-
tuato dai due più importanti Paesi nell’attesa di
spiegare a sé stessi come ridurre il rischio.
In sé le parole di Macron non sono molto
sorprendenti e fanno parte di un riflesso condi-
zionato del Paese che si riassume nel mai sopito
gollismo di ritorno. Il desiderio di affermare sé
stessi e la propria indipendenza rispetto all’al-
leato tradizionale – gli Usa – che non per questo
viene rimesso in discussione. Il problemi dell’u-
scita del presidente sono stati la tempistica e il
luogo. Cercare per l’Europa – futuro terzo polo
globale nei sogni di Macron, assieme a Cina e
Stati Uniti – un’equidistanza da entrambe le
grandi potenze mentre si è in visita ufficiale a
Pechino, dà l’impressione di voler compiacere e
blandire il leader di turno, in questo caso l’im-
penetrabile Xi. Ancora peggio se nella visita il
padrone di casa, in nome del protocollo, utilizza
un doppio standard riservando tappeti rossi e
fiori e sei ore di colloquio al capo di Stato fran-
cese e un’accoglienza umiliante, invece, al capo
della Commissione europea.
Infine, ma non di minore importanza,
resta il concetto di autonomia strategica, tanto
caro a Macron, che dovrebbe essere secondo lui
il fine ultimo della politica estera europea. Su
questo si può essere anche d’accordo, ma for-
se sarebbe stato meglio chiarire meglio questo
concetto, che “galleggia” nella cancellerie eu-
ropee da qualche anno. Chiarire, ad esempio,
la tempistica e dare il dettaglio dei settori nei
quali si intende raggiungere questa autonomia,
al di là del semplice elenco dei settori cosiddetti
strategici. Il punto di caduta di questa autono-
mia, perché sia davvero strategica, è ovviamen-
te la Difesa; ma per raggiungere l’obiettivo di
una difesa unica europea, il primo a sapere che
ci vogliono molti anni, probabilmente una ge-
nerazione, è Emmanuel Macron. E nel frattem-
po, con una guerra alle porte d’Europa e nella
quale l’Ucraina resiste anche grazie al sostegno
di forniture militari occidentali (soprattutto
americane e decisamente meno francesi) come
si gestisce il lungo interregno?
Non certo gettando nella confusione e nello
scompiglio la già tentennante strategia euro-
pea nei confronti della Cina andando a casa sua
a giocare tra poliziotto buono (Macron) e poli-
ziotto cattivo (von der Leyen). Vi sembra che
uno come Xi possa restare impressionato da
questo vecchio gioco delle parti? nL’equilibrismo di Macron
inciampa nel tappeto
rosso di Xi Jinping
«Asse tra Italia
e Francia
sui migranti:
basta sbarchi,
rivedere
il ruolo
del Frontex»
J
ordan Bardella, 27 anni, presi-
dente dell’attuale primo partito
francese ‘Rassemblement Na-
tional’ e l’uomo più vicino a Marine
Le Pen. Lei si è più volte dichiarato
contrario alla discussa riforma delle
pensioni voluta dal capo dello Stato
Macron. Perché pensa abbia scatena-
to una tale opposizione popolare? Si
tratta di un innalzamento progressivo
dell’età pensionistica di 2 anni, dai 62
a 64. Un livello comunque al di sotto
di quello introdotto ormai da tutti gli
altri grandi partner europei, Italia e
Germania incluse. Perché tutto questo
fervore?
La Francia ha una storia di protezioneParla Jordan Bardella,
presidente
del Rassemblement
National: un errore
fermare l’utilizzo
del nucleare,
sulla guerra in Ucraina
serve il dialogo
di Eleonora Tomassi