Libero - 24.08.2019

(ff) #1

segue dalla prima


GIULIANO ZULIN


(...) Non è una novità per i grillini, tanto meno
per i dem, i quali non sono mai riusciti a inter-
pretare le esigenze dell’area più popolosa e pro-
duttiva del Paese. Pensate insieme cosa potran-
no combinare.
Vogliamo parlare dell’autonomia? Gigino ha
detto che per lui è una priorità. Figuriamoci.
Fino a poche settimane fa si è comportato come
Penelope con la tela del regionalismo differen-
ziato. Di giorno la Lega scriveva il testo, di notte i
pentastellati lo cancellavano. Difficile dunque
credere che i Cinquestelle possano concedere
poteri a Lombardia, Veneto ed Emilia-Roma-
gna, come chiesto dai cittadini con un referen-
dum due anni fa. E poi, sempre scorrendo i pun-
ti di Di Maio, c’è sempre quell’idea di un mega
piano per il Sud, cosa che per altro può essere
intelligente, peccato che il progetto si scontri
con il «no a inceneritori e trivelle». Chissà se il
vicepremier uscente l’ha capito: il Mezzogiorno
è rimasto indietro perché mancano infrastruttu-
re anche le più basilari, perché non sfrutta le
risorse che avrebbe a disposizione, perché è sta-
to ricoperto di mance (vedi reddito di cittadinan-
za) senza risolvere crisi industriali come quella
della Whirlpool o dell’Ilva. E il ministro dello
Sviluppo Economico era Di Maio, non un altro.
Se ha fatto fiasco finora, cosa possiamo attender-
ci? Altre perdite di tempo.


PIÙ COSTI

Il problema non è solo l’autonomia, che non
arriverà (il Pd non la ama). Nel probabile pro-
gramma giallorosso c’è l’idea del salario mini-
mo, che piace a Delrio. Capite? Gli imprenditori
si aspettavano un taglio delle imposte, invece


dovranno sborsare 5-6 miliardi in più allo scopo
di aumentare la paga ai rispettivi lavoratori. Il
bello è che tale provvedimento farà scappare
ulteriormente le aziende dal Sud. Già poiché,
dati alla mano, sono le regioni meridionali quel-
le nelle quali parecchie buste paga sono sotto i 9
euro l’ora proposti da Di Maio. Se passasse la
norma agli imprenditori converrebbe spostare
le produzioni fuori confine o chiudere. Al setten-
trione non andrà meglio, dato che in ogni caso
l’introduzione del salario minimo sconvolgereb-
be i contratti territoriali e aziendali, con il rischio
di ridurre i benefit ai dipendenti per poche deci-
ne di euro in più in busta e con un aggravio per i
datori di lavoro, i quali invece attraverso il welfa-
re aziendale facevano del bene ai lavoratori e
risparmiavano in termini fiscali.

Altra grana: investimenti e grandi opere. Il Pd
è favorevole, Cinquestelle no. Cosa aspettarci? Il
balletto a cui abbiamo assistito nel governo gial-
loverde, ovvero tante liti e zero fatti.

REDDITO AGLI STRANIERI

E ancora: che manovra ci aspetta? Tria ha con-
fermato che non si rischia il taglio dell’Iva, come
scritto daLiberopiù e più volte. Lo stesso mini-
stro dell’Economia uscente ha ribadito che «c’è
troppa paura di fare investimenti per i rischi le-
gali». Serve una riforma. Dem e M5S tuttavia
non torceranno mai un capello ai giudici. La
riforma Bonafede, mai nata, era tutta favorevole
ai magistrati, tanto cari alla banda Zingaretti.
E poi il decreto dignità, che ha moltiplicato il
precariato e ridotto il monte ore, non sparirà.
Mentre sarà esteso agli immigrati il reddito di
cittadinanza, figlio dell’assegno di inclusione
ideato da Gentiloni. Altri soldi pubblici buttati
in nome della lotta alla povertà e non allo scopo
di ridurre il peso tributario e contributivo che
grava su aziende, partite Iva e pensionati.
«Adesso partiranno con le promesse su tutto,
ma devono parlare meno e fare le cose», sostie-
ne Luciano Vescovi, presidente di Confindu-
stria Vicenza. E Mario Pozza, presidente di
Unioncamere Veneto, lancia un ultimatum:
«Chiediamo ai politici di essere seri. Sembrerà
banale ma non lo è. Il clima si sta arroventando.
Ricordo che alcuni nostri politici sostenevano i
gilet gialli. Ecco, non vorrei si riesumassero i for-
coni. Non è ammissibile dire tutto e il contrario
di tutto ogni dieci giorni. A questo punto si voti,
vinca chi vinca, purché si torni a una situazione
dignitosa. La gente non è stupida e si rende con-
to del caos di questi giorni. Siamo ben oltre la
zona Cesarini».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

OCCHIO AI FORCONI
«Il clima si sta arroventando. Non vorrei
che si riesumassero i forconi. Non è
ammissibile dire tutto e il contrario di tutto
ogni dieci giorni. A questo punto si voti,
vinca chi vinca, purché si torni a una
situazione dignitosa. La gente non è
stupida e si rende conto del caos di questi
giorni» (Mario Pozza, presidente di
Unioncamere Veneto)

«BASTA PROMESSE»
«Adesso partiranno con le promesse su
tutto, ma devono parlare meno e fare le
cose» (Luciano Vescovi, presidente di
Confindustria Vicenza)

PAOLA TOMMASI


■Su Cina e Iran Donald Trump si gio-
ca l’osso del collo. Il messaggio è stato
recapitato ai Paesi dell’alleanza atlantica
ma, a quanto pare, in Italia il governo
gialloverde non ha voluto coglierlo. Ed è
un tema che andrà probabilmente ag-
giunto ai cinque, tre, dieci punti su cui
eventuali nuove maggioranze dovranno
discutere.
Dopo il futuro ruolo del Premier uscen-
te Giuseppe Conte e il taglio dei parla-
mentari, Di Maio-Salvini-Zingaretti par-
leranno anche degli equilibri internazio-
nali? L’andamento dell’economia italia-
na, che sembra essere il principale moti-
vo per cui nessuno vuole più andare al
voto, dipende dal trend globale. E se i
dossier Cina e Iran non si chiudono in
tempi rapidi, gli Usa rischiano la recessio-
ne. Gli effetti negativi ricadranno anche
su di noi e potrebbero pesare quanto la
manovra di bilancio.

RISCHIO TENSIONI

Paure infondate secondo il Presidente
americano, che ha ben in testa gli studi
dei suoi più fidati consiglieri economici
da cui emerge che nel breve termine ba-
stano la politica monetaria espansiva
(tassi di interesse bassi) e l’alleggerimen-
to fiscale (tasse basse) per mantenere il
Pil in territorio positivo. Ma il discorso
cambierebbe se le tensioni durassero
per un più lungo periodo, ed è qui che
serve la sponda degli alleati.
Anche perché c’è chi, come Mohamed
El-Erian, capo economista della compa-
gnia tedesca di assicurazioni Allianz, at-
tribuisce proprio all’Europa la responsa-
bilità del rischio recessione negli Stati
Uniti, poiché l’economia globale risente
ancora delle politiche di austerità adotta-
te dall’Ue dal 2008 in poi e dei mancati
interventi pro-crescita. Per tutti questi an-
ni, infatti, l’eurozona si è totalmente affi-
data alla Banca centrale europea di Ma-
rio Draghi, nella completa assenza di ini-
ziativa economica da parte degli Stati.
Ma la politica monetaria è solo un farma-
co che allevia temporaneamente il dolo-
re di un osso rotto, mentre sono i governi
che devono operare chirurgicamente
per aggiustarlo in via definitiva.

DOSSIER CHE SCOTTANO

L’allarme negli Stati Uniti è scattato
per l’avvenuta inversione tra i rendimen-
ti dei titoli del Tesoro a breve termine e
quelli a lungo. Quando l’economia va be-
ne, questi ultimi sono più alti, perché si
ha fiducia nel futuro. Ma se le prospetti-
ve economiche si incupiscono, al contra-
rio, rendono di più i titoli a breve.
E se l’inversione è dovuta senz’altro in
parte alla guerra commerciale dei dazi e
tecnologica-di sicurezza sul 5G con la Ci-
na e a quella fredda-energetica con
l’Iran, molto dipende anche dall’anda-
mento delle economie europee e dalle
decisioni che le banche centrali, soprat-
tutto la Bce e la Federal Reserve, prende-
ranno nel prossimo futuro e di cui si di-
scute proprio in questi giorni a Jackson
Hole nel Wyoming.
Dal canto suo, Trump valuta un taglio
del cuneo fiscale da attuare a partire dal
2020 riducendo i contributi, già molto
bassi negli Usa, pagati dai lavoratori ame-
ricani alla previdenza sociale ed immet-
tendo nuova liquidità nel sistema per
contrastare eventuali crisi. Cosa faranno
Ue e Italia per contribuire a chiudere con
successo i dossier caldi internazionali e
mettere in sicurezza l’economia?
©RIPRODUZIONE RISERVATA

POVERI NOI


In mezzo al caos, un’unica certezza:


il governo giallorosso è contro il Nord


Blocco di autonomia e grandi opere, conferma del decreto dignità e legge sul salario minimo


Il programma del probabile esecutivo colpirà la parte produttiva del Paese. Aziende in rivolta


Politica provinciale


Su Cina e Iran tutti zitti


ma l’economia italiana


dipende anche da loro


7
sabato
24 agosto
2019

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